Lettere

RIFLESSIONI POETICHE SULLA PREGHIERA

by Raffaele_Pisani

Da semplice scugnizzo nato settantaquattro anni fa in un vicolo di Napoli, un vicolo che è stato la mia scuola e la mia casa, sono spesso assalito da varie domande su alcune nostre preghiere quotidiane che vorrei sottoporre a Papa Francesco, illuminato Pontefice e  santo “rottamatore” di tutto ciò che non appartiene alla Chiesa di Cristo. Perché diciamo nella “Salve Regina”: “esuli figli di Eva”? E perché dire: “in questa valle di lacrime” ? Sono affermazioni che ci portano più a vedere le tristezze della vita e non a cercare e chiedere di godere per le bellezze del Creato e ricercare la Gioia sempre nuova! Nell’Ave Maria mi blocco un po’ quando devo dire “prega per noi peccatori”, mi piacerebbe di più chiedere a Maria: “prega per noi figli tuoi”. Quando recito il “Pater noster” mi sforzo sempre di trovare un’espressione diversa di “non c’indurre in tentazione”, io direi: “non farci indurre in tentazione” oppure “non abbandonarci alla tentazione” perché penso che nessun padre induce in tentazione un figlio, figuriamoci poi il nostro Signore Iddio! Altri dubbi mi assalgono durante la celebrazione della Santa Messa soprattutto al momento della Comunione specie quando viene data l’Ostia Consacrata nelle mani, mani che dovrebbero essere pulite al massimo (come d’altra parte lo sono quelle dell’officiante che prima della Consacrazione le lava) - e che invece hanno poco prima toccato, tra le altre cose, anche i soldi per le offerte! Poi, sempre secondo me, quell’invito “scambiatevi un segno di pace” è un gesto che lascia il tempo che trova, piuttosto direi, con forza: “aprite il vostro cuore alla pace, spalancatelo al perdono, alla comprensione, alla tolleranza”. Concludo rivolgendo un personale appello al nostro straordinario Papa Francesco affinché continui a dare speranza ai milioni di divorziati risposati che sognano di potersi avvicinare all’Eucaristia. “ Signore, non sono degno di partecipare alla tua Mensa, ma dì soltanto una parola ed io sarò salvato”. Tutti noi divorziati risposati vorremmo pronunziare queste splendide parole e farci la Comunione.  Caro Papa Francesco, faccia di tutto affinché questo miracolo si avveri. Ricordi a chi di dovere che Cristo è venuto principalmente per “le pecorelle smarrite”, e noi siamo “pecorelle” che desiderano ardentemente non essere allontanate dall’ovile. Amen!

Raffaele Pisani

(IL MATTINO,  17 maggio  2015)

“LETTERA” a FRANCESCA per “San Valentino 2015”

by Raffaele_Pisani

Dal sole dell’attico di Posillipo di Napoli vista mare al “due vani” piano terra a Catania … però ho l’amore più grande del mondo!

Questa è la mia meravigliosa “favola d’amore” che grazie al buon Dio vivo con Francesca e che dedico, con un mondo di auguri di ogni bene, a tutte le coppie dell’universo.

Non sono giovane, né ricco, né potente, né molto istruito, sono solo  un vecchio scugnizzo nato settantaquattro anni fa in un vicolo di Napoli, e sono felice! E lo sono dal 23 maggio del 1981, una data magica per me, è stato il giorno in cui ho incontrato la donna che mi ha regalato il Paradiso in terra, che ha cancellato dal mio cuore ogni tristezza e dai miei occhi ogni lacrima: Francesca. E questa felicità la coltiviamo e la onoriamo momento per momento applicando una regola semplicissima: “non diamo mai nulla per scontato perché l’amore è una continua conquista!”

Ci siamo conosciuti il 23 maggio 1981, avevamo entrambi alle spalle un matrimonio fallito. Io abitavo a Napoli, in un attico di Posillipo con panorama sull’intero golfo, lei a Catania. Per nove anni abbiamo fatto “i pendolari dell’amore”. Poi, d’accordo con i miei due figli e i tre di Francesca, nel 1990 mi sono trasferito a Catania e il 28 luglio dello stesso anno ci siamo sposati. Abbiamo cominciato a vivere tutti assieme, pensavamo “appassionatamente”. Ma gli spazi limitati e i ragazzi che crescevano non permettevano a tutti noi di poterci muovere secondo le necessità di ciascuno. Poiché riteniamo che il nostro amore sia stato un vero miracolo e il dono più grande che il Signore potesse farci, abbiamo cercato una qualche soluzione per salvare “capra e cavoli”! Siamo quindi arrivati alla conclusione che avremmo dovuto trovare un “buco” che desse a me la possibilità di “pensare alla poesia” (è il mio grande amore, assieme a quello per Francesca) e agli altri di non sacrificare i loro spazi e le loro esigenze a causa di questo “napoletano a Catania”. Ed ecco un altro dono del Signore: trovo una casetta a trecento metri dalla “casa grande” di Francesca. Quando l’ho vista era un tugurio, umida e con poco sole, ma io l’ho guardata con gli occhi del “dopo” e ne ho fatto con poco e con piccoli accorgimenti il più bel nido d’amore per me e Francesca. E’ una casa di due stanze in un cortile del centro storico di Catania. L’umidità è tenuta a bada da un rivestimento di mattoncini di gesso, di sole… ce n’è molto nel colore giallo delle pareti, nel bianco dei mobili e nella luce delle lampade a led. La quotidianità la viviamo così: a pranzo Francesca si divide tra la “casa grande” ed il lavoro (gestisce con le due figlie una boutique al centro di Catania), io sto nel “nido” con i miei libri, la mia Napoli e la poesia. Spesso la raggiungo in negozio, e questo mi serve anche a condividere altri momenti della nostra quotidianità e ad apprezzare il suo modo sempre positivo di affrontare la vita e le difficoltà. La sera ceniamo e dormiamo sempre assieme, a “casa grande” o nel “nido”, e grazie al buon Dio e a questa geniale “penzata” (scritta in napoletano), il nostro amore non conosce né ruggine né muffa, tutt’altro! E sono già trascorsi circa trentaquattro anni, io ne ho 74, Francesca 71. Ecco i primi tre versi che ho dedicato  a Francesca - e che scrissi su un tovagliolo di carta la sera del 28 giugno del 1981 (eravamo a cena in un ristorantino di Capo Mulini, borgo marinaro vicino Catania) - 

“ CENETTA A CAPOMULINI”

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‘A luna chiena dint’’o cielo blu,

a mare, int’’o silenzio, na lampara,

e tu, goccia d’estate, int’a sti braccia”.

Sono trascorsi trentaquattro anni, Francesca è sempre la mia “goccia d’estate!”        

Poi, qualche tempo dopo, ho scritto   

L’ALBERO TUIO  

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Cammina

sott’’o sole d’austo,

e curre

ncopp’’arena cucente,

e quanno

nemmeno ‘o mare te darrà frischezza,

e quanno

stanca te sentarraie

e guliosa ‘e cujete,

viene e reposete

sott’a chest’ombra,

io so’ l’albero tuio.

E ancora:

NNANZ''O FFUOCO

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Nnanz''o ffuoco. Mo, parlanno,

mo mute,

mo mano int''a mano,

mo luntano

ma sempe

scarfate a' stu ffuoco ch'appena

tu vide s'allenta

gravone nuovo subbeto ce miette,

e io so' cuntento.

Nnanz''o ffuoco. Mo, redenno

e mo serie,

mo carezze, mo niente

ma sempe

scarfate 'a stu ffuoco ch'appena

io veco s'allenta

gravone nuovo subbeto ce metto,

e tu si' cuntenta.

Per “San Valentino”  2015  ho scritto una “lettera d’amore” a mia moglie, la più bella e dolce “carusa” 71enne siciliana di Catania.

Cara Francesca,

mettiamo avessi casa vista mare con il Vesuvio, Capri, Ischia e il sole che il giorno intero tutta l’avvolgesse della sua luce ma… non avessi te. Che ne farei di questo panorama mozzafiato che non saprebbe darmi solo un attimo

dell’emozione che mi regala il tuo volermi bene?

Mettiamo che il ricamo della luna nelle sue notti magiche di piena mi regalasse trine argento e oro ma… non avessi te, cosa me ne farei di un tale dono che pur così prezioso è destinato a perdere comunque ogni valore se confrontato a tutto ciò che sento quando accarezzo i tuoi capelli bianchi?

Mettiamo che dal mare mi arrivasse l’intenso e inconfondibile profumo che riempie il petto di un fatato aroma ma… non avessi te, cosa me ne farei di questo balsamo che perde ogni suo pregio  se penso a quanto m’inebria di passione e desiderio quella carnalità  che la tua pelle mi regala, ancora?

Ecco, io questa lettera ti ho scritto  per dirti che la mia piccola casa con qualche traccia d’umido, e poco sole, e senza vista mare, priva sia dell’argento della luna sia del profumo del mare che non vede, come tu entri, in quel preciso istante, s’illumina d’amore, e al suo confronto nessuna casa al mondo ha eguale luce!

Il tuo Raffaele

(Settimanale DIPIU’, 16 febbraio 2015)

“Lettera” al PRESIDENTE della REPUBBLICA per la mafia e la corruzione che infangano l’Italia

by Raffaele_Pisani

Egregio Signor PRESIDENTE,

innanzitutto Le domando scusa  se questa mia lettera può sembrarLe all’inizio un poco incerta, mi perdoni, sono alquanto confuso, ma spero che alla fine riuscirò a chiarirLe il mio pensiero… mi chiamo Oberdan… no, forse Sciesa… oppure Pisacane, o Filzi, Sauro, Menotti, Battisti… o sono forse uno dei fratelli Bandiera, o uno dei fratelli Cervi, oppure uno dei martiri di Belfiore, o forse sono Caracciolo, o Poerio, o Confalonieri, o un giovane fulminato sulle barricate napoletane del ’48, o Matteotti, o un martire delle Fosse Ardeatine, o un partigiano di Bassano del Grappa impiccato ad un albero… o una delle tante donne degli opposti schieramenti violentata e stuprata… o forse mi chiamo Carlo Alberto  Dalla Chiesa, o Falcone, o Borsellino, o Terranova, o Peppino Impastato, o Rita Atria… o sono un semplice militare di scorta, o un carabiniere, un finanziere, un marinaio, un poliziotto di quelli trucidati da malavitosi senza scrupoli… non so di preciso chi sono, Signor Presidente, so soltanto che nelle mie vene e nel mio cuore sento scorrere il sangue di tanti eroi, di tanti martiri, di tante persone sconosciute e “comuni” che hanno creduto in un’Italia unita, libera, onesta e democratica, e sognando e credendo in questa Italia hanno lottato e hanno sacrificato la loro vita per questi ideali. Ecco chi sono, Signor Presidente, e a nome di tutti La scongiuro, intervenga con tutta la Sua autorevolezza, saggezza e passione politica che hanno radici ben solide nel panorama politico e richiami all’ordine quella piccola (spero) ma tanto pericolosa  genìa che sta creando metastasi nel tessuto “sano” della Nazione, minando alla base le aspettative di quella maggioranza  silenziosa che ancora vuole credere nella politica pulita. Non permetta, Signor Presidente, che la malavita fagociti gli onesti. Non permetta che la loro melma infanghi tutti. Non permetta, Signor Presidente, che questi fuorilegge, schiavi della corruzione e del malaffare, sempre più assetati di sporco denaro e di altrettanto sporco potere, riescano a vanificare l’impegno di tanti e tanti milioni di italiani che quotidianamente, seriamente e con perfetta coscienza, sgobbano e si sacrificano per superare correttamente gli ostacoli che, giorno dopo giorno, si fanno sempre più difficili a causa dell’attuale crisi mondiale. Non permetta, Signor Presidente, che anche una sola goccia del fango prodotto da questi sciagurati possa sporcare l’avvenire, il sorriso e le speranze dei nostri giovani. Non lo permetta, Signor Presidente, non lo permetta!

Sperando in Lei Le porgo distinti saluti,

Raffaele Pisani 

(OGGI,  2 Dicembre 2014)

A QUALE DIO HA SMESSO DI CREDERE UMBERTO VERONESI ?

by Raffaele_Pisani

Il prof. Umberto Veronesi ha dichiarato che ha smesso di credere in Dio. Ora, con tutto il rispetto per le idee di ciascuno, mi chiedo a quale Dio si riferisca. Se si riferisce al Dio con la barba bianca e lo sguardo inquisitore a cui erano stati attribuiti sentimenti e reazioni umane, che chiede ad Abramo, come prova di fedeltà, di sacrificargli il figlioletto Isacco; al Dio “che non ha avuto pietà” per il proprio figlio lasciandolo morire in croce come agnello sacrificale per salvare un’umanità sempre più indegna di qualsiasi dono divino; al Dio “indifferente” al genocidio del popolo ebraico voluto dalla mente malata di un pazzo dittatore; al Dio che ha “permesso” lo sterminio degli armeni e di tante altre popolazioni; al Dio che “rimane indifferente” ad ogni cattiveria che l’uomo fa verso l’uomo condivido con Veronesi! Nemmeno io credo in quel Dio, e non sono che un semplice vecchio scugnizzo nato in un vicolo di Napoli settantaquattro anni fa. Ma se l’illustre luminare non crede nel Dio del bene e dell’amore che si manifesta nei sorrisi dei bambini, nei gesti di solidarietà verso gli emarginati, nei messaggi e nelle azioni di San Francesco, di Madre Teresa e di milioni di umili sacerdoti e di semplici persone che quotidianamente dimostrano con i fatti, e non con vuote parole, l’esistenza del Divino; se non crede nel Dio vero che c’è in colui che “non fa agli altri ciò che non vuole sia fatto a lui”; se non crede nel Dio che c’è nell’uomo che “dà da mangiare a chi ha fame, bere a chi ha sete, e accoglie lo straniero, e cura l’ammalato, e veste chi è nudo”; nel sorriso delle persone che cercano il confronto e non lo scontro; nella generosità di chi sa perdonare ed in colui che coltiva il sentimento della riconoscenza; nell’umiltà di colui che sa chiedere scusa; nella disponibilità di chi ti aiuta a superare un ostacolo; nello zelo di chi opera nel rispetto della dignità di ciascun essere umano; nell’amore che il lavoratore mette nel proprio lavoro, qualunque sia la sua mansione, allora veramente Veronesi e tutti coloro che negano l’esistenza di Dio mi trovano in totale disaccordo.

Un grande asceta egiziano ha scritto: “Se cerchi Dio nei cieli, si trova là, nei pensieri degli angeli; se lo cerchi sulla terra, si trova anche qui, nel cuore degli uomini”.

Raffaele Pisani

(IL MATTINO,  30 novembre 2014)

CANTICO DI FRATE SILENZIO

by Raffaele_Pisani

Benedetto sii, mio Signore, per frate silenzio
che rinfranca lo spirito,
rasserena  la mente, addolcisce lo sguardo
e innalza i cuori verso di Te.
Benedetto sii, mio Signore,
per coloro che parlano poco
e hanno capito che ci hai dato una bocca e due orecchi
per farci dire una parola e ascoltarne settantasette.
Benedetto sii, mio Signore,
per la quiete dei boschi e delle campagne,
per le piccole chiese dei piccoli borghi,
per i giovani che guidano moto con marmitte omologate,
per gli automobilisti che non rompono con i clacson,
per chi in casa sa ben dosare il volume di stereo e televisore,
per coloro che a tavola non alternano un discorso ad ogni boccone,
per chi ancora si intenerisce guardando un’alba o un tramonto
e  si commuove ascoltando una sinfonia.
Benedetto sii, mio Signore,
per gli uomini e le donne che parlano a bassa voce,
che spengono i telefonini quando entrano in chiesa,
in teatro, al cinema,
quando partecipano ad una conferenza.
Benedetto sii, mio Signore
per le volanti della polizia e per le autombulanze
che fanno un adeguato uso delle sirene,
per i poeti che evitano di recitare
a tutti i costi le loro poesie
e per tutti quei genitori e nonni
che non passano le loro giornate
a decantare intelligenza e virtù di figli e nipoti.
Benedetto sii, mio Signore,
per chi non sta sempre lì a criticare il prossimo
e riesce a vedere la trave che ha nel proprio occhio
e non la pagliuzza nell’occhio del suo vicino,
per chi è portatore di pace e di armonia,
per chi ama il silenzio
e ha compreso che principalmente nel silenzio
troviamo la strada che ci avvicina a Te.

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Raffaele Pisani

"Pubblichiamo questo "Cantico di Frate Silenzio" non per far concorrenza all'amico e vicino di pagina Silvio Perrella, ma solo perché, come si diceva, è edificante."

Pietro Gargano

(IL MATTINO,  8 agosto 2014 )

NAPOLI NON DECOLLA SENZA I NAPOLETANI

by Raffaele_Pisani

A tutti coloro che si chiedono come mai nessun sindaco riesca a far “volare” Napoli come meriterebbe rispondo citando un breve periodo della “costituzione ante litteram” del 1309, scritta da un gruppo di saggi della città di Siena: “ Il dovere di chi governa è di curare massimamente la bellezza della città, per cagione di diletto e allegrezza ai forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini”. C‘è da aggiungere soltanto una considerazione: per fare il salto di qualità, oltre al sindaco illuminato, occorre anche un appassionato lavoro di squadra, e per squadra intendo non solo gli amministratori, bensì l’intera cittadinanza. Se non c’è la collaborazione di tutti, e a me sembra non ci sia, ogni cosa diventa ancora più difficile, quasi irrealizzabile. Probabilmente ci sono forze malefiche talmente radicate nel territorio che nessun amministratore, pur se dotato di tutta la buona volontà, sia capace di sconfiggere. Sono forze decisamente contrarie a far sì che la “grande bellezza” inondi questa splendida terra. Solo col costante impegno dell’intera cittadinanza, nessuno escluso, Napoli potrà tornare “capitale di arte, cultura e bellezza” e diventare quella metropoli europea che tutti noi, che la amiamo con i fatti e non con vuote parole, sogniamo!

Raffaele Pisani

"Pisani è un grande poeta napoletano, trasferitosi in Sicilia per amore. Ha ragione. "La forza del branco è il lupo, e la forza del lupo è il branco" scrisse Kipling, che di giungle s'intendeva. C'è un piccolo esempio in corso, quello di don Rafé Benitez, napoletano onorario: senza togliere smalto ai singoli campioni, tenta di far capire che contano soprattutto il senso del collettivo e la bellezza del gioco. Eppure non manca chi lo critica."

Pietro Gargano

(IL MATTINO, 13 giugno 2014)

CHI SONO QUELLI CHE NON AMANO L’ITALIA E NON MERITANO “LA GRANDE BELLEZZA”

by Raffaele_Pisani

Hanno avuto la fortuna di nascere nella nazione più bella del mondo; hanno un patrimonio archeologico di inestimabile valore; hanno tradizioni culturali di eccezionale rilevanza; hanno una storia ineguagliabile di eroi, letterati, santi, musicisti, inventori, scienziati e artisti; hanno città, borghi, paesaggi, montagne, vulcani, spiagge, coste e panorami da incanto. Ma nel cuore non hanno  consapevolezza di tanta fortuna, né hanno alcuna bellezza, né grande né piccola. I loro cuori sono facili prede del dio denaro, dell’ingordigia, dell’ignoranza, della pazza corsa per accaparrarsi un poco di potere unicamente per il proprio tornaconto. Ed ecco la “Città della scienza” che brucia; Pompei che crolla e ladri che si fregano gli affreschi; palazzinari che sghignazzano pregustando gli affari che faranno mentre oltre trecento morti giacciono sotto le macerie del terremoto che ha distrutto l’Aquila; chirurghi che operano persone sane per incassare maggiori rimborsi dalle ASL; malavitosi senza scrupoli e senza Dio che trasformano la “Campania Felix” nelle “terre dei fuochi”; politici corrotti che usano i soldi pubblici per gli sfizi propri e della loro cricca. E’ ovvio che non si fa di tutta l’erba un fascio, ce ne sono persone che hanno nel cuore e nell’anima la voglia di un nuovo rinascimento. Però, purtroppo, quella parte di umanità perversa e scellerata è ancora vincente.

Raffaele Pisani

(LA SICILIA, 27 marzo 2014)

GIUSEPPE MOSCATI, IL MEDICO SANTO

by Raffaele_Pisani

Sempre più spesso, purtroppo, capita di leggere su vari quotidiani “lettere al direttore” che lamentano discutibili comportamenti di medici che ignorano il codice etico di Ippocrate. Sono “lettere” amare e toccanti che descrivono in modo eloquente il disagio del paziente e la scorrettezza del medico che non tiene in alcun conto il bisogno e la gracilità del malato umiliato dal suo riprovevole comportamento privo della sensibilità e della correttezza che dovrebbero essere i punti fermi della professione-missione di ogni medico. A questi “dottori” vorrei consigliare una particolare “medicina” che, se assunta regolarmente, fa miracoli! E’ la “ricetta dell’amore” con cui Giuseppe Moscati, nato a Benevento nel 1880, laureato e vissuto a Napoli, curava gli ammalati. Dal santino dedicatogli dalla Chiesa del Gesù, a Napoli, dove è la sua tomba, quotidianamente visitata da migliaia di fedeli, si può leggere: a 23 anni, dopo una brillante laurea, iniziò la carriera di medico e di apostolo, unendo la scienza profonda a una fede operosa. I poveri di Napoli erano i suoi pazienti preferiti: da loro non accettava mai compenso, li curava a sue spese e li aiutava senza farsene accorgere. Su tavolinetto della sala d'attesa un cestino e accanto questa scritta: chi può dia, chi non può prenda. Già soltanto queste quattro parole basterebbero a farci comprendere l'incommensurabile carità umana di questo uomo profondamente cristiano, antesignano delle opere di Madre Teresa di Calcutta. Giuseppe Moscati santificò l'intera vita e la sua professione di medico al servizio dei poveri. Lavorò ispirandosi totalmente al Vangelo, non inseguì ricchezze, onori, titoli. Non fece a cazzotti con i colleghi per diventare primario, per avere privilegi, per guadagnare dottorati. La sua scienza la mise tutta al servizio degli ammalati, ricchi e poveri, colti e analfabeti. Sicuramente sono tanti i medici che non sanno nulla della storia professionale e umana di San Giuseppe Moscati, e che non hanno mai letto il santino a lui dedicato, o, perlomeno, non lo avranno mai letto con il cuore! Peccato!

Raffaele Pisani

( IL MATTINO, 16 aprile 2014)