Raffaele Pisani

Raffaele Pisani

Raffaele Pisani nasce a Napoli il 20 dicembre del 1940 (dichiarato ad Afragola il 3 gennaio 1941), è il quarto dei cinque figli di Angelo e Teresa – Trascorre i primi anni nella casa dei nonni materni, Paolo e Amalia Di Bello, che abitavano in via S. Monica 23 a Salvator Rosa (la casa appunto dove è nato). Nel 1947 raggiunge i genitori ad Afragola dove frequenta dalla seconda elementare alla terza media. Nel 1953 la famiglia Pisani si trasferisce definitivamente a Napoli. Nel 1954 (Raffaele ha poco più di tredici anni) invia le sue prime poesie ad E. A. MARIO. Una di queste, “Palomma ‘e primmavera”, piace particolarmente al grande poeta e melodista che la musica e la inserisce nella “PIEDIGROTTA E.A. MARIO 1960″. L’autore della “Leggenda del Piave”, “Santa Lucia Luntana”, “Tammurriata nera”, “Balocchi e profumi” e mille altre canzoni di successo internazionale, lo prende a benvolere e gli è “Maestro” fino al 24 giugno del 1961, giorno in cui E.A. MARIO, il “signor tutto della canzone napoletana” – così definito dall’esimio studioso Aniello Costagliola nel volume “Napoli che se ne va”- muore.

Website URL: http://www.raffaelepisani.it

'O FFUOCO A MMARE

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La geografia poetica di Raffaele Pisani

 

Nel segno unificante dell’amore prende forma questo libro, un’essenziale antologia d’autore che a distanza di quasi mezzo secolo permette di verificare la validità di quanto osservava tempestivamente Giovanni Sarno nel sottolineare il timbro originale della voce poetica di Pisani:

«La particolarità di Raffaele Pisani è che riesce sempre adire ciò che gli canta nel cuore senza tuttavia andare in prestito da  nessuno per idee, sentimenti e modo di esprimersi. La sua vena è  genuina, il suo stile è facile ma mai banale, il verso musicalissimo,  i metri spesse volte quasi preziosi. Poesia vera, dunque, la sua e   sorretta sempre da una esemplare sincerità d’ispirazione oltre che da   una esuberante ma sorvegliata sensibilità espressiva. Con i tempi che  corrono sono, queste, qualità non da poco e su di esse si può fare   pieno affidamento» (Giovanni Sarno, Un secolo d’oro Napoli, Bideri, 1968). 

 

Negli anni, la voce poetica di Raffaele Pisani, nel panorama della poesia contemporanea, secondo le premesse, ha raggiunto una sua cifra molto originale, fatta di elementi innovativi, quasi dissacranti, e di elementi tradizionali, armonizzati in una sintesi in cui si incontrano dolcezza e indignazione, sentimento e Fede, passione d’amore e passione civile. A rendere possibile la sintesi è appunto l’amore, che in modo esplicito e implicito è continuamente evocato, sia quando le poesie si rivolgono alla donna amata, sia quando riguardano Napoli, sia quando danno voce all’ispirazione cristiana dell’autore, sia ancora quando viene delineato il sogno di un’esistenza più autentica che superi e riscatti le angustie di una vita quotidiana in cui non sempre è agevole identificarsi fino in fondo. A quest’ultimo tema è riservata la sezione intitolata ’O posto mio nun è, in cui sembra insinuarsi qualche nota di malinconia, come quella che appare nel breve componimento Stelletelle: «Chiste schizzeche ’e luce / Ncopp’’e scarpe ’e nu viecchio / addeventano cénnere». L’immagine delle scintille che nel breve volgere di un attimo, nel passaggio dalle prospettive infantili a quelle dell’età avanzata, si trasformano in cenere raccolta sulle scarpe di un vecchio, riporta a una dimensione domestica la lapidaria essenzialità dei versi di Quasimodo (Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera) o le riflessioni leopardiane de La sera del dì di festa. La luce delle stelle filanti natalizie non è abbagliante, ma in compenso è scoppiettante e ricca di scintille, mentre la sera diventa qui un piccolo spolverìo di cenere, appena visibile prima di essere calpestato e dimenticato.

Nella scrittura dei poeti è sempre attiva la memoria dei testi degli altri poeti, che offre materia e spunti per continue variazioni. Proprio la capacità di alludere, rivisitare, orientare in altra direzione, accentuare o attenuare, rappresenta in realtà uno dei più frequenti percorsi della poesia che cerca strade nuove. A questa regola della scrittura letteraria, che nella lettura fissa le fondamenta della sua originalità, ovviamente non sfugge Pisani. La poesia sul cielo e sul mare di Catania, per esempio, suggella l’amore per Napoli alimentato e quasi rafforzato dalla lontananza:

 

Stasera int’a ll’onne

d’’o mare ’e Catania

cade na lacrema

napulitana.

 

Si coglie in questi versi l’eco evidente di Lacrime napulitane di Libero Bovio che a suo tempo ha fissato una volta per tutte il disagio del napoletano che vive lontano dalla sua città. Una citazione tanto scoperta sembra quasi implicare il barlume di una fuggevole ironia, che attenua, ma non cancella del tutto, la venatura malinconica del testo. Qui si coglie peraltro anche un capovolgimento rispetto all’antico tema dell’amore da lontano, cantato nel medioevo da Jaufré Rudel, che proprio nella lontananza trovava alimento per il sentimento verso la donna amata: per Pisani l’amore coltivato con cura da lontano non è quello per la donna (che invece è vicina) ma è rivolto alla città lontana.

La distanza da Napoli rappresenta infatti un motivo ricorrente della poesia di Pisani, che alla città d’origine rivolge il più delle volte la ricerca di un altrove in cui collocare la vita vera, il superamento dei limiti quotidiani. Il sogno di un’altra vita si profila anche nella fuggevole immagine suggerita dai Mellune appise, che permettono di trasformare in una momentanea ma appagante conquista la memoria dell’estate:

 

Cielo ’e nuvembre.

Nuvole ’e chiummo.

Mellune appise

for’’o balcone

mettono estate

dint’’e penziere.

 

Il mare, il cielo, la luce e il sole di Catania hanno i tanti noti risvolti positivi, che sono poi ulteriormente moltiplicati dalla forza durevole dell’amore che ha portato Raffaele Pisani a cambiare città e vita; ma la presenza di Napoli resta costante nei suoi versi e acquista i colori di un’accorata partecipazione, pur da lontano, ai problemi della città.

Come altri autori napoletani, per le circostanze della vita, Pisani si trova lontano da Napoli, ma senza interrompere la consuetudine di un contatto quotidiano, intensificato da frequenti ritorni: Napoli insomma resta la sua città, il suo mondo, il suo orizzonte di riferimento, nonché la fonte della sua costante e amorevole apprensione, che gli permette di vedere gli splendori ma anche i limiti di una «terra addó se mmesca ’o mmeglio e ’o ppeggio». Da qualche tempo, soprattutto da quando l’irruenza di internet sembra quasi impedire la possibilità di una riflessione pacata, capita che di tanto in tanto qualcuno scagli invettive contro gli scrittori napoletani che “osano” additare alcuni aspetti negativi della città e dei suoi abitanti: pensiamo solo, per fare un esempio, che a un autore come Roberto Saviano spesso non sono riservate critiche di taglio letterario (in quanto tali sempre lecite nei confronti di uno scrittore), ma vere e proprie invettive velenose, dirette a colpire non l’opera, ma la persona.

 Non è escluso quindi che prima o poi qualcuno si accorga che i toni signorili e le tinte tenui delle poesie di Pisani svelano un impegno civile che impedisce al poeta di fingere che tutto va bene. Secondo taluni alfieri della napoletanità veicolata dai mezzi telematici, gli scrittori napoletani dovrebbero passare il tempo e dedicare tutto il loro inchiostro solo a descrivere i bei paesaggi, le albe incantate del sole che sorge dal mare, i tramonti struggenti, le acque limpide increspate da brezze leggere, nonché il dolce tepore di una città accogliente: ma per fare ciò, come vorrebbero i veementi e improvvisati critici letterari della rete, non occorrono né poeti, né prosatori. Un tempo queste immagini sarebbero state definite immagini da cartolina. Oggi le cartoline non si usano più, ma alla trasmissione di queste immagini (certamente belle e suggestive, nonché in parte reali, non c’è da discutere) sono sufficienti le fotografie spedite attraverso un cellulare, i pieghevoli di  un ufficio del turismo o le pubblicità di alberghi e ristoranti. Non c’è dubbio insomma sul fatto che Napoli sia bella, ma non si può pretendere che un autore non veda altro, che renda la sua opera equivalente a una rassegna di fotografie (belle, ma ovvie) da inserire in rete. A un autore, per una sorta di imperativo etico, toccano di necessità riflessioni più articolate e approfondimenti anche problematici: il lettore, per altro verso, deve assumere su di sé l’onere della lettura e non può pensare di scorrere le pagine di un libro con la superficiale, preconcetta o aggressiva attenzione che dedica alle notizie e alle immagini presenti in rete.

In un mondo in cui tutto andasse bene, del resto, forse non si avvertirebbe nemmeno la necessità della letteratura, che in un modo o nell’altro da sempre è chiamata anche ad additare e sottolineare gli snodi problematici e i punti critici, proprio perché il compito degli intellettuali è anche quello di mostrare le vie d’uscita e le soluzioni che nel chiaroscuro non tutti intravedono.            In oltre cinquant’anni di attività poetica l’attenzione verso la realtà contemporanea è stata sempre presente nella poesia di Pisani, che proprio per l’ampiezza dei temi trattati si distingue nel panorama della recente poesie in dialetto. In questa ampiezza tuttavia sono tre i nuclei tematici prevalenti: l’impegno sociale e civile, l’amore, la dimensione religiosa che apre peraltro a una forma più larga di amore. In una preliminare visione d’insieme si può notare che queste   diverse direzioni tematiche sono tenute insieme da una intrinseca qualità delle poesie di Pisani o, per meglio, da una disposizione mentale e caratteriale del poeta, che si configura in effetti come  
 una precisa scelta di poetica. Pisani infatti non è un poeta concentrato su se stesso, non limita a se stesso il proprio  orizzonte d’osservazione, ma è sempre proiettato verso l’altro. Nelle  poesie d’amore al centro dell’attenzione non è il proprio sentimento,  ma è la donna con la quale l’amore si realizza. Lo si vede molto bene  nelle poesie che fanno da sottofondo  a un saldo e delicato sentimento  che lega l’autore a Francesca. La propensione verso l’esterno, verso  gli altri, della poesia di Pisani è ancora più evidente nei tanti versi dedicati a Napoli, città amata – questa volta con sofferenza –  e continuamente presente nelle diverse  raccolte. Come l’amore, anche  Napoli è un argomento che ritorna spesso nella poesia in dialetto, ma  anche in questo caso l’angolazione scelta da Pisani si allontana   dalla prospettiva più prevedibile. Se la visione dei problemi non  conduce mai il poeta al cupo pessimismo o alla desolazione è anche   perché i versi di Pisani sono animati e sorretti da  una Fede  profonda che impedisce all’autore di perdere fiducia nell’uomo. Anche   in questo senso la sua poesia è aperta all’esterno: le intense e   delicate preghiere di Llà, cu ‘a speranza (1988) nascono da  un dialogo con il Signore che raggiunge momenti di una freschezza  quasi francescana. In particolare per questo suo impegno cristiano la  poesia di Pisani acquista una sua collocazione originale nella poesia  italiana contemporanea.

I temi a cui si è accennato finora sono al centro anche dei versi presenti in questa raccolta, come confermano alcuni puntuali riferimenti ai testi.

Partiamo dallo spazio riservato a Napoli, evocata con amore ma anche con animo accorato, in quanto visto come fonte di ricorrente preoccupazione. Per Pisani la serena visione di una città tranquilla, immersa nel quieto godimento delle sue impareggiabili bellezze non è impossibile, ma in modo significativo è confinata nelle ore che precedono il risveglio, segnate ancora dalle sfumature oniriche che inondano i versi di Primma matina. Trascorsa quell’ora di grazia (’St’ora quanto me piace), il poeta non può tacere e nelle sue parole si fa strada a volte un’indignazione composta ma sofferta, che, per esempio in Atto ’e dulore, lo porta a etichettare come luoghi comuni le immagini di chi si ferma alle visioni di bozzetti non più credibili:

 

Nun ’e screvite cchiù tutte sti cchiacchiere,

guardatevella meglio ’sta città

 

’o mare nun è verde: ll’onne chiagneno!

E chistu cielo nun è cchiù turchino!

Nun cantano ’e ffigliole dint’’e vicule

E nun se sente cchiù manco ’o pianino.

 

Queste non sono certo parole di invettiva, ma, secondo il titolo, parole di una preghiera (tale appunto è l’Atto di dolore) in cui però proprio l’ammissione dei limiti apre lo spazio alla speranza «’e na città cagnata, grande,/ p’’e strade ’e na città senza gnuranza / e senza cchiù miserie, / senz’ingiustizie, vasce cupe, mbruoglie, / senza mpruvvisazione e guapparie». La speranza di un mondo migliore, di un futuro non amaro passa necessariamente attraverso l’osservazione dei problemi, laddove l’incapacità di vedere i problemi non porta forse molto lontano e non fa nemmeno veleggiare verso il largo la “navicella” dell’ingegno poetico. Il paesaggio di Napoli che si intravede nei versi del poeta non è lucido come una cartolina, ma porta in evidenza le luci e le ombre, i riflessi dorati e le lacrime, come nella poesia ’O ffuoco a mmare che per l’ampio andamento della sintassi fa venire in mente l’Arillo, animaluccio cantatore di Salvatore Di Giacomo, inquadrata peraltro in un contesto simile (anche lì «Sera ’e settembre – luna settembrina»):

 

Schìzzeche ’e stelle,

margaretelle ’e vrito culurato,

palomme d’oro

pareno ’e ggranate

ca ’a miez’’o mare saglieno e s’arapeno

dint’a ll’oscurità

d’’o cielo

cujeto

patrone ’e sta serata settembrina.

 

Miracolo ’e na festa ’e Piererotta

ca nun esiste cchiù

è stu ffuoco a mare,

e int’a stu ffuoco torna

alleramente n’epuca

ca Dio benedicette

 

Schìzzeche ’e stelle,

margaretelle ’e vrito culurato,

palomme d’oro

pareno stasera

’e llacreme ca ’o popolo,

dint’a ll’oscurità

tènnera ’e ’sta serata settembrina,

riala a chillu suonno

ca se chiammava Napule!

 

Nella poesia di Salvatore Di Giacomo prevaleva la malinconia del singolo nell’autunno (stu pover’ommo, / stu core cunfuso, / sti penziere scuntente, / e st’anema ca sente / cadé ncopp’a stu munno / n’ata malincunia — / chesta ’e ll’autunno …), mentre nei versi di Pisani entrano le lacrime del popolo (quindi non si tratta di una malinconia individuale), ma si affaccia anche l’immagine del sogno «ca se chiammava Napule» con l’ipotesi che come un miracolo, in una serata settembrina, acquisti concretezza un’immagine positiva della città.

Nella prospettiva coerentemente cristiana, di Pisani, come si è già ricordato, l’osservazione dei problemi non conduce sul baratro del pessimismo, ma rappresenta l’indispensabile punto di partenza alla ricerca di una soluzione. In un tempo in cui si è appena concluso l’anno giubilare della Misericordia, Pisani in un certo senso ci ricorda anche che questa scadenza non segna certa la fine della Misericordia divina («Llà, cu ’a speranza sempre cchiù vicina / ca Tu me dici: “Trase, te perdono”»), ma ci porta anche a riflettere sul fatto che ciascuno può essere chiamato a un impegno concreto. In questa direzione suona ancora come una sollecitazione etica l’evocazione di un ambiente di vita in cui  la vicinanza tra le persone acquista un valore profondo:

 

Llà songo nato, llà, int’’e viche addó

ognuno

sparte cu’ ll’ate

penziere e suonne,

jurnate ’e fantasia

e tiempe senza genio.

 

La condivisione è qui richiamata come momento decisivo di una  socializzazione sempre possibile (significativo, da questo lato, il ricorso al tempo presente) e non semplicemente proiettata nel passato sull’onda di un rimpianto per i tempi belli di una volta.

            Con Catania e Napoli (a cui si affianca già il ricordo di Afragola) un’altra località entra in scena nelle poesie: è Assisi che nell’orizzonte di Pisani assume il ruolo di una seconda terra madre

 

Io penzo ’a terra mia bella e luntana,

però me fermo ccà, int’’e bbraccia toje,

e dint’’e bbracccia toje io m’abbandono

comme nu criaturiello s’abbandona

cercanno ammore nzin’a mmamma soja.

 

Assisi è il luogo del superamento dei conflitti, della pace («pace cercata ’a sempe, e ccà truvata»), della ricerca di un nuovo contatto con la natura. In San Damiano, il canto all’apparenza dialogico tra un passariello e nu coro d’aucelluzze da un lato evoca il celebre episodio della vita di san Francesco, ma dall’altro riporta direttamente al Vangelo, al passo di Matteo (6, 26), in cui Gesù fissa un paragone tra gli uccelli e gli uomini: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro?». Nel fuggevole accenno della poesia sembra quasi di cogliere una sorta di identificazione con la condizione degli uccelli del cielo, come se il poeta sentisse la loro stessa ventura:

Che bella cosa

nascere aucelluzzo:

gocce ’e rusata

pe’ vévere,

àcene ’e grano

pe’ mangià,

padrone ’e tutto

senza tené niente.

 

Nella dimensione spirituale dettata dalle atmosfere di Assisi, risalta tuttavia la dolce condivisione con Francesca («Tu m’astrigniste / cchiù forte ’a mano…)», che a molte poesie offre ispirazione, anche quando il tema centrale non è quello dell’amore. Del resto la poesia San Damiano è inserita nella sezione intitolata Ammore, a dimostrazione del fatto che i diversi momenti della poesia tendono a un’unitaria disposizione di amore.

            Come si è già anticipato, un tema speciale nella poesia di Pisani o, per meglio dire, il tema dominante, anche quando è soltanto implicito, è proprio quello dell’amore che diventa la principale via di accesso al contatto con gli altri e con l’universo, quasi un “luogo” ideale per dare avvio a ogni altra forma di esperienza e di conoscenza:

 

Saccio nu puosto ch’è

cónnola ’e suonne.

Saccio nu posto

ca me dà pace

comme dà pace sulo na chiesiella

sperza ’e campagna,

nu posto addó stu core ’e ogni pecché

trova ’a risposta

e trova, primma ’e tutte ll’ati ccose,

ragione e genio ’e vita …

vicino a te!

 

            I diversi temi della poesia di Pisani si collocano insomma in una sintesi armoniosa, tenuta insieme, come può accadere nella vita, da un sentimento unificante rappresentato da una disposizione positiva che aiuta a vedere la luce riflessa nei diversi frammenti della vita quotidiana, invece di coglierne soltanto le scoraggianti oscurità. La forza positiva, l’energia costante è data dal sentimento per la donna amata, che fissa le coordinate e diventa punto di riferimento stabile nella geografia poetica di Raffaele Pisani.

 

 

Napoli, 3 febbraio 2016                                                                                                       

 

Nicola De Blasi

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“San Valentino 2015 - 2016 - 2017”

Tre  "lettere"  a  Francesca

 
Questa è la nostra "piccola/grande storia". Questa è la meravigliosa “favola d’amore” che grazie al buon Dio viviamo e che dedichiamo, con un mondo di auguri di ogni bene, anche a tutte le coppie dell’universo.
 
"San Valentino 2017"
Francesca, da trentasei anni assieme e mille motivi per amarti, sempre!
 
Andavi di corsa, stamattina, era tardi e dovevi correre al lavoro… eppure mi hai baciato e poi, sulle scale, ti sei fermata un istante e mi hai sorriso, quel sorriso dolce che ancora riesce a intenerirmi. E dire che sono quasi trentasei anni da quel 23 maggio dell’81 quando ci incontrammo. Il tuo matrimonio da pochi mesi era finito e, guarda caso, anche il mio si era concluso quasi nello stesso periodo. Il caso ci fece incontrare lontani da casa. La magia di quei momenti è ancora viva nei nostri cuori! Ci scambiammo qualche frase di circostanza e poi venne fuori il tuo dolore e la tua determinazione a continuare la tua vita da sola. Io no, ti dissi: io spero ancora di trovare la compagna della mia vita! A pranzo, fra centinaia di convitati, ci ritrovammo seduti uno accanto all’altra e – te lo ricordi ancora – ti mettevo nel piatto le ciliegie più belle. Da allora non ho mai smesso di avere per te gesti di amore e di tenerezza. La nostra vita non è stata facile, specialmente per i primi nove anni. Io a Napoli, tu a Catania. Ci vedevamo per qualche giorno ogni due settimane, eppure abbiamo ricordi bellissimi di quel periodo. Non abbiamo mai smesso di sperare che un giorno saremmo potuti stare sempre assieme, senza prendere treni, affrontare viaggi, spesso disagevoli per gli scioperi, i ritardi, le intemperie, i treni superaffollati.

Sicuramente abbiamo dovuto rinunciare a qualcosa, fare qualche “passo indietro”, dare qualche piccola “aggiustatina” al timone, ma lo abbiamo fatto sempre di comune accordo e nel rispetto dell’altro. Pensando di fare poco per me, qualche volta mi chiedi perché ti amo. Per tante cose: per il tuo modo di essere donna, madre, moglie, compagna. Ti amo per la professionalità, la dedizione e l’amore che ti distinguono negli impegni della vita quotidiana; per come accogli e dialoghi con il ragazzo di colore o la zingarella che ti chiedono qualche spicciolo e come, assieme all’offerta, li stimoli a cercare lavoro per riprendersi la vita nelle mani e ritrovare la loro dignità di esseri umani, perché sai che “la vera carità consiste nel restituire la dignità agli altri e che se non è condivisa, ma calata dall’alto, crea solo dipendenza”. Ti amo perché quando entriamo in una libreria ti senti nell’ambiente tuo più congeniale e quando apri un libro appena acquistato ci tuffi il viso per sentire il profumo delle pagine stampate. Ti amo quando mi fai trovare sul letto i ritagli degli articoli che tu hai letto e che vuoi condividere con me. Ti amo per l’amore che hai per la tua Catania e per il costante impegno che metti nel lottare contro gli incivili e non demordi neppure quando ti rendi conto che battagli contro i mulini a vento. Ti amo per la limpidezza dei tuoi sentimenti, per la lealtà dei tuoi comportamenti, per la tolleranza con cui affronti momenti pesanti. Ti amo per la pazienza che hai (nel tuo DNA di sicuro avrai “mille Giobbe”) e che ti permette di passare sopra a tanti piccoli o grandi contrasti, cercando sempre di vedere le cose con gli occhi dell’altro.

Ti amo perché penso che avevi appena diciotto mesi quando perdesti tua madre e a quanto hai sofferto. Ti amo perché in questi trentasei anni non ho mai sentito da te una sola parola, una soltanto, di astio o di recriminazione nei confronti di chi ti ha fatto del male. Ti amo per il modo ironico che riesci a sfoderare in certi momenti di tensione, facendo così crollare i muri che potrebbero creare disarmonie. Ti amo per il bene che vuoi ai miei fratelli, ai miei due figli e alla loro madre, affetto peraltro da loro ricambiato. Ti amo per l’amore e l’ammirazione che senti per la mia Napoli apprezzando le cose che la rendono unica. Ti amo perché riesci sempre a comprendere le mie “cadute”, sempre pronta ad aiutarmi per farmi rialzare e per farmi migliorare. Ti amo quando uscendo o rientrando a casa ti accarezzi la piantina di garofanini che germogliano in continuazione e mi sorridi quando ti dico che si riproducono numerosi proprio grazie alle tue carezze. Ti amo perché a te come a me piace camminare sempre mano nella mano. Ti amo quando mi dici che la mia mano ti dà le stesse sensazioni che ti dava la mano di tuo padre quando bambina passeggiavi con lui, e senti nella mia la medesima sicurezza che ti dava papà Giuseppe. Ti amo per la gioia infantile che provi a fare con me le piccole cose come sorridere alla luna piena e mangiare i panini preparati da me seduti su una panchina. Ti amo per la dolcezza del bacio che ci scambiamo appena svegli e per la tenerezza della “buonanotte” che ci sussurriamo prima di addormentarci. Ti amo perché al primo bacio del mattino sappiamo chiedere reciprocamente “scusa” se la sera prima c’è stata qualche incomprensione. Ti amo per l’emozione che ancora mi regalano i tuoi sguardi, specialmente quando li accompagni con quel pizzico di “spiritosa malizia”! Ti amo perché hai saputo far nascere nel mio cuore i versi più sinceri e spontanei da dedicare al nostro amore.

Per tutte queste cose ti amo, e per tutte le altre che sento ma che non so esprimere a parole io, vecchio scugnizzo che ha imparato a vivere nei vicoli e nelle strade di Napoli e di Afragola. Ti amo, e non mi stancherò mai di ripeterti che sei il dono più bello che ho avuto dal Signore… e poiché penso che l’amore abbia il potere di generare amore, assieme a te, con tutta la gioia che abbiamo nei nostri cuori, voglio dedicare questa nostra meravigliosa favola, con un mondo di auguri di ogni bene, a tutte le coppie dell’universo.

Raffaele

 
 
 
San Valentino  2016
Lettera d’amore e di gratitudine a mia moglie 
 
Cara Francesca,
un’altra lettera oggi ti scrivo, oggi, a settantacinque anni compiuti, per dirti ancora che ti amo e per dichiararti tutta la mia gratitudine. Sì, ti amo come ho iniziato ad amarti da quella “mattina incantata” del 23 maggio 1981 regalatami, finalmente, da un miracolo che non avevo mai smesso di invocare, che si è realizzato con te e che ci ha stretti l’uno all’altra spalancandoci la grande porta dell’amore. Da allora viviamo una favola che continua a regalarci la tenerezza delle sensazioni di quei primi giorni avvolti da qualcosa di magico difficilmente descrivibile a parole, perlomeno con le parole del mio cuore di vecchio scugnizzo nato e cresciuto nei vicoli e nelle strade di Napoli e di Afragola che sono state la mia vera scuola. Ti amo, Francesca, per le lacrime che mi hai asciugato con i tuoi baci e le tue carezze quella sera del 29 giugno dell’81. Ti amo, Francesca, perché mi hai liberato dall’oscurità che avvolgeva e soffocava i miei pensieri, le mie speranze, i miei sogni. Ti amo perché mi hai aiutato a saper meglio discernere i valori veri della vita dalle false conquiste, il canto dell’usignolo dal gracchiare dei corvi, la comprensione dall’intolleranza, l’eleganza dalla volgarità, l’essenziale dal superfluo, l’umiltà dalla presunzione. Ti amo per la serenità, la sicurezza e il calore che mi regali. Ti amo per gli slanci improvvisi di affetto con cui mi sorprendi quando a volte sono assorto e assente, riaccendendo così quella fiammella che reciprocamente non vogliamo che si affievolisca. Ti amo perché finalmente in te ho trovato la mia casa e la mia famiglia. Ti amo per la dolcezza del nostro tenerci per mano; per la semplicità del nostro vivere quotidiano che ci fa apprezzare e godere le piccole gioie. Ti amo, Francesca, perché ancora oggi, a settantacinque anni suonati, mi fai sentire come lo studentello esultante per la conquista della sua prima fidanzatina e che trova ancora assieme a te l’entusiasmo di cantare, a voce spiegata, il nostro appassionato e gioioso inno all’amore. Ti amo per la generosità che ti porta a considerarmi addirittura un poeta quando sai ascoltare per l’ennesima volta, con interesse, quello che il mio cuore riesce ad esternare e fissare sulla carta. Ti amo perché ti vedo ancora ridere alla vecchia barzelletta raccontata agli amici come se l’ascoltassi per la prima volta. Ti amo perché sai guardare con indulgenza alle mie debolezze portandomi - senza far vedere - a considerarle come gradini per crescere. Ti amo, Francesca, per tutto ciò che mi dai, ma ti amo sopra ogni cosa perché mi hai fatto ritrovare quel mio cuore bambino che le tristi vicende della vita mi avevano rubato e poi gettato via, quel mio cuore bambino che era tutta la ricchezza che avevo. Tu lo hai raccolto con delicatezza, lo hai curato e guarito con la purezza dei tuoi sentimenti, lo hai riempito del tuo amore e me lo hai ridato. Ed è stato così che dal 23 maggio del 1981 quel mio cuore bambino ha riportato nei miei occhi la riscoperta dell’emozione di una meraviglia sempre nuova, quel cuore che è tornato a farmi sognare e volare, assieme a te!
Il tuo Raffaele  
 
 
San Valentino  2015
 
Non sono giovane, né ricco, né potente, né molto istruito, sono solo  un vecchio scugnizzo nato settantacinque anni fa in un vicolo di Napoli, e sono felice! E lo sono dal 23 maggio del 1981, una data magica per me, è stato il giorno in cui ho incontrato la donna che mi ha regalato il Paradiso in terra, che ha cancellato dal mio cuore ogni tristezza e dai miei occhi ogni lacrima: Francesca. E questa felicità la coltiviamo e la onoriamo momento per momento applicando una regola semplicissima: “non diamo mai nulla per scontato perché l’amore è una continua conquista!”
Ci siamo conosciuti il 23 maggio 1981, avevamo entrambi alle spalle un matrimonio fallito. Eravamo entrambi separati dal 1980. Io abitavo a Napoli, in un attico di Posillipo con panorama sull’intero golfo, lei a Catania. Per nove anni abbiamo fatto “i pendolari dell’amore”. Poi, d’accordo con i miei due figli e i tre di Francesca, nel 1990 mi sono trasferito a Catania e il 28 luglio dello stesso anno ci siamo sposati. Abbiamo cominciato a vivere tutti assieme, pensavamo “appassionatamente”. Ma gli spazi limitati e i ragazzi che crescevano non permettevano a tutti noi di poterci muovere secondo le necessità di ciascuno. Poiché riteniamo che il nostro amore sia stato un vero miracolo e il dono più grande che il Signore potesse farci, abbiamo cercato una qualche soluzione per salvare “capra e cavoli”! Siamo quindi arrivati alla conclusione che avremmo dovuto trovare un “buco” che desse a me la possibilità di “pensare alla poesia” (è il mio grande amore, assieme a quello per Francesca) e agli altri di non sacrificare i loro spazi e le loro esigenze a causa di questo “napoletano a Catania”. Ed ecco un altro dono del Signore: trovo una casetta a trecento metri dalla “casa grande” di Francesca. Quando l’ho vista era un tugurio, umida e con poco sole, ma io l’ho guardata con gli occhi del “dopo” e ne ho fatto con poco e con piccoli accorgimenti il più bel nido d’amore per me e Francesca. E’ una casa di due stanze in un cortile del centro storico di Catania. L’umidità è tenuta a bada da un rivestimento di mattoncini di gesso, di sole… ce n’è molto nel colore giallo delle pareti, nel bianco dei mobili e nella luce delle lampade a led. La quotidianità la viviamo così: a pranzo Francesca si divide tra la “casa grande” ed il lavoro (gestisce con le due figlie una boutique al centro di Catania), io sto nel “nido” con i miei libri, la mia Napoli e la poesia. Spesso la raggiungo in negozio, e questo mi serve anche a condividere altri momenti della nostra quotidianità e ad apprezzare il suo modo sempre positivo di affrontare la vita e le difficoltà. La sera ceniamo e dormiamo sempre assieme, a “casa grande” o nel “nido”, e grazie al buon Dio e a questa geniale “penzata” (scritta in napoletano), il nostro amore non conosce né ruggine né muffa, tutt’altro! E sono già trascorsi circa trentacinque anni, io ne ho 75, Francesca 73. Ecco i primi tre versi che ho dedicato  a Francesca - e che scrissi su un tovagliolo di carta la sera del 28 giugno del 1981 (eravamo a cena in un ristorantino di Capo Mulini, un borgo marinaro vicino Catania)  
 
“ CENETTA A CAPOMULINI”
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‘A luna chiena dint’’o cielo blu,
a mare, int’’o silenzio, na lampara,
e tu, goccia d’estate, int’a sti braccia”.
 
Sono trascorsi trentacinque anni, Francesca è sempre la mia “goccia d’estate!”        
 
Poi, qualche tempo dopo, ho scritto   
 
L’ALBERO TUIO  
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Cammina
sott’’o sole d’austo,
e curre
ncopp’’arena cucente,
e quanno
nemmeno ‘o mare te darrà frischezza,
e quanno
stanca te sentarraie
e guliosa ‘e cujete,
viene e reposete
sott’a chest’ombra,
io so’ l’albero tuio.
 
           *  *  * 
 
Dall'attico con panorama mozzafiato di Posillipo al bivani piano terra di Catania, ma ho l'amore più grande del mondo!
 
Cara Francesca,
mettiamo avessi casa vista mare
con il Vesuvio, Capri, Ischia e il sole
che il giorno intero tutta l’avvolgesse
della sua luce
ma… non avessi te,
che ne farei
di questo panorama mozzafiato
che non saprebbe darmi solo un attimo
dell’emozione
che mi regala il tuo volermi bene?
Mettiamo che il ricamo della luna
nelle sue notti magiche di piena
mi regalasse trine argento e oro
ma… non avessi te,
cosa me ne farei di un tale dono
che pur così prezioso
è destinato a perdere comunque
ogni valore
se confrontato a tutto ciò che sento
quando accarezzo i tuoi capelli bianchi?
Mettiamo che dal mare mi arrivasse
l’intenso e inconfondibile profumo
che riempie il petto di un fatato aroma
ma… non avessi te,
cosa me ne farei di questo balsamo
che perde ogni suo pregio 
se penso a quanto
m’inebria di passione e desiderio
quella carnalità 
che la tua pelle mi regala, ancora?
Ecco, io questa lettera ti ho scritto 
per dirti che la mia piccola casa
con qualche traccia d’umido,
e poco sole, e senza vista mare,
priva sia dell’argento della luna
sia del profumo
del mare che non vede,
come tu entri, in quel preciso istante,
s’illumina d’amore,
e al suo confronto
nessuna casa al mondo ha eguale luce!
Il tuo Raffaele
 
 

 

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